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Il silenzio degli onesti
impegno civile

“Non ho paura degli urli dei violenti, ma del silenzio degli onesti”. Questo sosteneva Martin Luther King, con gran ragione. Perché tacciono gli onesti, ieri come oggi?
Per ignavia, si dice, per pura concentrazione sull’interesse personale. Vero. Tuttavia è altrettanto evidente come siano attive altre dinamiche che blindano il silenzio in modo più preoccupante e trasversale.
La paura e il bisogno di autoprotezione, innanzitutto. Di fronte ad una malavita sempre più organizzata, e sempre più protetta, nella sostanza, dallo stesso sistema che dovrebbe giudicarla e punirla, chi osa parlare? La denuncia di furto, ormai, è una sostanziale perdita di tempo, che serve solo all’Istat e al Ministero degli Interni per le statistiche sulla delinquenza, di fatto sottostimate rispetto ai furti reali. Cresce ormai il numero di cittadini che, dopo un furto, conclude con un rassegnato “Poteva andar peggio”, quando nessuno della famiglia è stato aggredito, senza più denunciare. Tanto rarissimamente il colpevole viene trovato e punito, e ancor più eccezionale è il recupero della refurtiva. Sui treni che viaggiano di notte verso il Sud, i furti con bande organizzate sono diventati bisettimanali, con la polizia ferroviaria immobilizzata. Un Far West sostanziale. Le denuncie per molestie e stupro sono al minimo: solo il 7 per cento delle donne si rivolge alle Forze dell’Ordine. Cresce quindi il silenzio dopo un danno subìto: il garantismo tutela solo i Caino d’ogni tipo.
Ma anche di fronte al ragazzo maleducato o aggressivo, per strada, chi osa rimproverare? La sola conseguenza probabile è di finire pieni di botte all’ospedale. E sono purtroppo di cronaca quotidiana gli episodi di giovani che si sono ribellati ad un’aggressione, anche per proteggere un amico o un’amica, e sono finiti pestati o uccisi. Cresce quindi, spontaneamente, come un virus silenzioso e maligno, la censura personale anche verso i comportamenti devianti altrui: meglio stare zitti, per non mettersi nei guai per troppo zelo o senso civico.
Tuttavia, non è solo la paura a chiudere la bocca agli onesti. E’ anche, e forse soprattutto, la sfiducia nel poter agire efficacemente per cambiare le cose. La crescente disaffezione nei confronti della politica nasce da questo sentimento trasversale: la sensazione di impotenza, la frustrazione, la delusione, nel vedere un Parlamento trasformato in un condominio litigioso dove, in mancanza di argomenti convincenti, si passa ai pugni. La rabbia, anche, quando voti un partito che, per esempio, mette al punto nove del programma elettorale l’obiettivo “certezza della pena”, con tanto di manette disegnate, e poi ti spara la legge per l’indulto, neanche sei mesi dopo. Pensano, i nostri politici, che siamo tutti affetti da amnesia? Cresce la collera, ancora, quando un leader della coalizione di destra, che hai votato, ventila di appoggiare la coalizione avversaria “per il superiore bene del Paese”. E cresce l’amarezza, dopo l’incredulità, quando un Ministro della Repubblica nega di essere stata ad una festa privata “non politicamente corretta”, dove pure viene vista da decine di persone. Quando un ministro (pure donna, ahinoi) ha la spudoratezza di mentire su una quisquilia in cui è alta la possibilità di essere colta in flagrante, come potremo fidarci di quanto ci viene detto su ben più seri obiettivi politici?
“E noi, che vi abbiamo votato, chi siamo? Per chi, e quanto, contiamo?”. Se i soldati al fronte erano carne da macello, gli elettori, oggi, si sentono carne da elezione. Contiamo solo quel po’ che serve per far eleggere un Parlamento che rappresenta sempre meno la parte sana e silenziosa del Paese. La solitudine degli onesti, evidentemente, non interessa ai nostri politici. Tuttavia, e purtroppo, il loro silenzio può portare il Paese all’anarchia morale, cui è già avviato. A chi giova, tutto questo? E, soprattutto, come rimediare?

Postato il Tuesday, 04 November 2008 ore 21:07:59 CET di s-catalano
 
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