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Requiem per i nativi digitali
informaticaOgnuno di noi ha le sue fisse, le sue ragioni di vita. La mia è quella di dimostrate, pratiche alla mano, che i nativi digitali non esistono.

Missione nobile come quella di dimostrare che questi nativi esistono.

Con questo post considero compiuta la mia missione e sulla questione ci metto definitivamente una pietra sopra: la pietra tombale.

Non che dessi poco credito ai miei convincimenti, ma dopo aver letto il recente rapporto OCSE sulla scuola e sull’apprendimento nell’area digitale e sulla base delle sue autorevoli conclusioni, dichiaro definitivamente defunti i nativi digitali.

Il rapporto “Connected Minds” fa chiarezza su tante banalità, superficialità, su tanti stereotipi, su pensieri non riflettuti sul senso del digitale per le giovani generazioni e sulle correlate implicazioni per la scuola e per la didattica.

Tanti approcci alla questione, riassumibili sinteticamente con il concetto di “nativi digitali” e le correlate pratiche sono basati sull’assunto che i giovani, in quanto nati e/o cresciuti in un contesto fortemente digitale, manifestino abilità digitali qualitativamente e quantitativamente maggiori di chi non è nato, e pertanto non immerso, nel digitale.

Correlato a questa idea fondamentale, vi è l’assunto che le pratiche di questi giovani siano significativamente differenti da quelle dei non nati digitali e che le loro aspettative relativamente alle pratiche scolastiche siano decisamente orientate in senso digitale.

Quindi, questi giovani, tutti questi giovani (per il semplice fatto di essere nati in era digitale), manifesterebbero:

Abilità,
Atteggiamenti,
Aspettative,
decisamente orientati in senso digitale.

Questo convincimento ha talmente permeato il pensiero dei detrattori dei così detti nativi digitali che la questione digitale determina ogni loro analisi delle problematiche, non solo scolastiche, dei giovani d’oggi è, ovviamente, ogni approccio alla soluzione del problema.

Da quando Presnik (2001) ha coniato il termine di nativo digitale (da non dimenticare quello strettamente correlato  di “immigrato digitale”) si è fatta strada la convinzione che le cose stessero esattamente così ed anche quando lo stesso Presnik (2009) ha riconosciuto che il nativo digitale, allora  coniato sulla base di quelle che per lui erano plausibili ipotesi, non esiste, l’idea aveva irrimediabilmente preso piede (a mio avviso perché consentiva di semplificare concettualmente ed operativamente una realtà assai più complessa) ed il falso convincimento ha continuato e continua a mietere vittime: i soggetti di questo stereotipo e coloro che improntano le proprie allo stereotipo stesso, gli studenti e gli educatori. I primi come vittime, i secondi come carnefici.

La questione digitale è tremendamente seria per la sua peculiarità e per la sua pervasività e merita tutta la nostra attenzione. Il primo passo da compiere è quello di togliere tutta la spazzatura che si è accumulata sotto il tappeto a cominciare dal soggetto qui incriminato: il nativo digitale.

Il recente rapporto OCSE è di grande aiuto nel fondare seriamente la questione.

Questo autorevole organismo internazionale ha voluto capire come stessero realmente le cose, forse per la sensazione che attorno al tema dell’impatto del digitale nelle vite dei giovani, nella scuola e nella didattica si stessero sviluppando convincimenti basati sul nulla e su stereotipi.

La ricerca intrapresa ha cercato di fare chiarezza su alcune delle questioni che stanno caratterizzando il dibattito anche “scientifico” sulla questione.

Queste le domande che l’OCSE si posto:

L’affermazione che gli studenti d’oggi sono “Millennium Learner” o “nativi digitali” è supportata da evidenze?
Disponiamo di sufficienti ricerche che provino eventuali effetti dell’uso delle tecnologie nello sviluppo cognitivo, sui valori sociali e sulle aspettative per l’apprendimento?
Quali sono le implicazioni per le politiche e le pratiche educative?
Sorprendenti, soprattutto se si dà credito alla letteratura (da me già definita “da rotocalco”) i risultati presentati nel rapporto: la questione è assai più complessa di quanto sia”….. usually presented in most of the well known essay on topics”.

Che tradotto in pratica significa che la suddetta letteratura, pur ben conosciuta e apprezzata (?) dal popolino, banalizza la questione.

Benché tanti giovani usino diffusamente le tecnologie, è fuorviante affermare che a tutti si adatti l’immagine del “New Millennium Learner” ovvero del nativo digitale.

Questi concetti, continua il rapporto, possono essere di una qualche utilità se usati per evocare un’idea generale, ma falliscono quando usati come cliché o stereotipi. Come, immancabilmente è avvenuto (commento mio).

Per migliorare i sistemi educativi è più utile prendere in considerazione la diversità delle pratiche reali e le preferenze degli studenti sull’uso delle tecnologie.

Sulla seconda questione, il rapporto mette in evidenza come non esistano prove che l’uso delle tecnologie e dei media digitali modifichi il modo di apprendere, il valori sociali, lo stile di vita e, udite udite, le loro aspettative rispetto ai modi di insegnare ed apprendere.

Per essere chiari, il rapporto dice che gli atteggiamenti dei giovani verso l’uso didattico delle tecnologie è molto lontano da quello che molti vorrebbero fosse il modello dominante che dovrebbe emergere. Al contrario, gli studenti sono più riluttanti di quanto l’immagine del nativo digitale vorrebbe accreditare. Più che usare le tecnologie per sé, i giovani studenti vorrebbero trarre valore aggiunto per il loro apprendimento.

Non vi è, quindi, alcuna prova che il frequente uso delle tecnologie e della connettività abbiano effetti sullo sviluppo cognitivo.

Detto questo e seppelliti definitivamente i nativi digitali, da dove ricominciare?

A breve, tempo e voglia permettendo, la seconda parte.
Postato il Monday, 07 October 2013 ore 18:44:43 CEST di s-catalano
 
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