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Ottime le scuole elementari? Superficialità e inesattezze delle indagini.
Scuola

Politici di entrambi gli schieramenti ed esperti, nel periodo di massima bagarre di contestazione del primo decreto del ministro Gelmini, hanno sostenuto che la scuola elementare italiana è tra le migliori del mondo. Molti hanno citato l’indagine OCSE-PISA:

per dimostrare l’eccellenza della nostra scuola elementare (i meno ingenui sanno che si tratta di un’altra indagine);

per citare il disastro delle scuole secondarie in quanto i risultati, sempre dell’OCSE-PISA, relegano l’Italia agli ultimi posti.

Le scuole secondarie di primo grado, insomma le scuole medie, il cui aggettivo inferiori sarebbe a questo punto più che azzeccato, rappresenterebbero il buco nero della scuola italiana.

Questo perché in Italia si verificherebbe un portentoso miracolo al rovescio nel campo degli apprendimenti: nell’arco di soli tre mesi, i bambini delle elementari, raggiunta la fatidica prima media e divenuti ragazzini, perderebbero qualcosa come trenta posizioni nella citata rilevazione.

Le prime volte che ho letto notizie come queste, anche se sospettoso, ero quasi lusingato. In fondo come vecchio professore di Filosofia e Scienze dell’educazione era bello pensare che le mie alunne delle magistrali, diventate maestre, fossero più brave degli altri docenti nell’insegnare le competenze in lettura, matematica, scienze e problem solving.

Riflettendo sulla questione mi sono però chiesto quante delle mie alunne amavano veramente la matematica e le scienze.

La risposta la sapete già: pochissime. Talmente poche che mi ricordo, in venti anni, quante fra loro si sono poi iscritte alla facoltà di Matematica: appena due.

Quale arcana ragione consente a ragazze che si iscrivono all’Istituto magistrale perché non amano le scienze e la matematica di trasformarsi in eccellenti docenti di queste discipline? Mistero.

La realtà delle statistiche

Occorre, a questo punto, dare alcune informazioni per chiarire il dilemma delle statistiche.

L’OCSE-PISA, l’indagine internazionale che nel 2009 coinvolgerà 62 Paesi, non riguarda in nessun modo i bambini delle scuole elementari, perché è diretta a misurare le competenze dei quindicenni. Quindi, quando si dice che le elementari sarebbero ai primi posti dell’indagine OCSE-PISA, mentre le secondarie risulterebbero in fondo alla classifica, si compie una scorrettezza e si dice anche il falso.

La scuola primaria è ai primi posti di un’altra indagine internazionale, la Iea-PIRLS, che riguarda la comprensione nella lettura dei bambini di nove anni.

Puntualizzare questo non è irrilevante perché le indagini sono metodologicamente differenti e, come vedremo, non sono confrontabili.

Prima di analizzare la questione, mi preme tuttavia sottolineare che i quindicenni della scuola secondaria di primo grado, analizzati in OCSE-PISA, sono ovviamente alunni pluriripetenti, che in alcun modo possono essere considerati rappresentativi dell’intera popolazione scolastica della scuola media per nulla inferiore agli altri ordini scolastici, o almeno non per questo.

Dire che le scuole secondarie sono il buco nero della scuola italiana, stride, infastidisce ed è anche falso. I problemi della scuola italiana sono purtroppo diffusi e comuni ai vari ordini.

Veniamo all’analisi dell’indagine PIRLS.

Questa indagine non prende in considerazione le competenze nei saperi scientifici e nella matematica, analizza la sola literacy in lettura.

L’acronimo PIRLS significa infatti: Progress in International Reading Literacy Study.

Reading e basta. Quindi, niente matematica, scienze o problem solving.

E' pertanto semplicemente privo di fondamento affermare che la scuola primaria risulterebbe ai primi posti per le competenze scientifiche e matematiche. Semmai si dovrebbe dire che le scuole elementari sono fra le prime per la sola competenza in lettura.

Purtroppo neanche questo è vero.

Infatti, nell’indagine PIRLS la scuola primaria italiana è al decimo posto, su 35 Paesi. È certamente un risultato più confortante di OCSE-PISA, dove siamo risultati al 29° posto nel 2003 (su 62, se consideriamo gli Stati partecipanti alla rilevazione del 2009, erano certamente di meno nel 2003), ma non è tutto il fiorir di rose che dicono i pedagogisti e i sedicenti esperti.

La vera sorpresa però, che rende l’indagine PIRLS non paragonabile all’OCSE-PISA, consiste nel metodo di campionamento.

In Italia, il campione di Pisa 2003 era costituito da 11.500 studenti appartenenti a 407 scuole, distribuite in modo rappresentativo su tutto il territorio nazionale.

Il campione dell’indagine PIRLS, invece, è rappresentato da sole 184 scuole per un totale di 3.500 bambini. Un’altra sorpresa è questa: su 3.500 bambini del campione nazionale, circa 1.000 sono del Trentino.

Per l’esattezza, l’indagine PIRLS ha coinvolto 1.048 alunni del Trentino distribuiti su 60 scuole. Praticamente un terzo del campione nazionale.

Per avere un termine di paragone val la pena di ricordare che la popolazione italiana è di circa 57 milioni di abitanti mentre quella della provincia di Trento è di appena 513.357, l’intero Alto Adige non arriva al milione.

Piuttosto che affermare che la scuola primaria italiana è decima nell’indagine PIRLS, sarebbe più corretto dire che in questa posizione si trova un campione non rappresentativo della popolazione scolastica italiana.

Nella distribuzione dei risultati PIRLS risulta anche un altro dato interessante.

La maggior parte dei Paesi è vicina alla media del campione, posta per convenzione sul valore di 500. Quelli che se ne intendono dicono che la deviazione standard è minima.

Ciò indica che c’è pochissima differenza fra i diversi Paesi. Questo dipende dal fatto che nei primi anni della scuola, la distanza fra i bambini è minima, perché i vari sistemi scolastici nazionali non hanno ancora avuto il tempo di fare i danni che invece faranno nel corso del loro sviluppo.

All’uomo della strada risulta evidente che i bambini alla nascita sono tutti uguali per quanto riguarda i saperi, poi piano piano, con il passare degli anni, a seconda dell’appartenenza socio-economica, del sistema scolastico e di mille altri fattori, compaiono le differenze.

E' perfettamente naturale quindi che, se un sistema scolastico non funziona, le crepe si vedano quanto più si procede negli anni.

In breve, quando un ragazzo che frequenta l’università scrive male o fa errori d’ortografia, la cosa non può essere certo ascritta a lacune della sua facoltà. Più facile che la cosa dipenda da come ha fatto le scuole elementari.

L’incompetenza viene registrata all’università, ma la radice è antica. Quando un male si manifesta, non è detto che la causa sia concomitante e di poco antecedente, potrebbe essere anche il risultato di un processo più lungo, sedimentato, che si manifesta in seguito.

Il sacro frutto del pensiero dialettico ha insegnato a molti, però purtroppo non a tutti, che l’ultimo stadio ricapitola i precedenti, nel bene e nel male. Il concetto di Aufhebung hegelo-marxiano, o più semplicemente il concetto di Stadio di Piaget, per stare sul versante dei pedagogisti, rende conto di questo fenomeno. Lo stadio successivo, che supera il precedente e al tempo stesso lo conserva, lo contiene nel bene e nel male.

Le scuole secondarie sono quello che sono perché contengono, nel bene e nel male, le esperienze che i bambini fanno sin dalla scuola elementare.

Dire che il sistema scolastico italiano ha una scuola primaria che funziona, mentre le altre non funzionerebbero, oltre che puerile è quindi completamente sbagliato.

Postato il Tuesday, 10 February 2009 ore 23:43:09 CET di s-catalano
 
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